Non abbiamo bisogno di parole è il film di cui avevamo bisogno per imparare a leggere il linguaggio della sordità

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Da poche settimane il catalogo di Netflix si è arricchito di Non abbiamo bisogno di parole, un film che ha già conquistato il pubblico diventando il terzo film più visto a livello globale sulla piattaforma. Diretto da Luca Ribuoli, è l’adattamento italiano de La famiglia Bélier, a sua volta riletto dopo il successo dell’americano Coda – I segni del cuore.

Nel cast, accanto alla giovanissima Sarah Toscano al suo debutto nel cinema, ci sono anche attori realmente sordi come Antonio Iorillo, Emilio e Carola Insolera. Una scelta che rende la storia più autentica e aderente alla realtà che racconta.

Di cosa parla il film (senza spoiler)

Al centro del racconto c’è Eletta, sedici anni, unica persona udente in una famiglia di persone sorde. È cresciuta facendo da interprete ai genitori e sostenendo l’attività agricola di famiglia, diventando il loro ponte con un mondo esterno che non è ancora del tutto accessibile. Protettiva e inizialmente chiusa, scopre nel canto una possibilità nuova di espressione. Quando la sua insegnante Giuliana (interpretata da Serena Rossi) la incoraggia a tentare l’ingresso in una scuola di musica a Torino, si apre un conflitto profondo tra il senso di responsabilità verso la famiglia e il desiderio di costruirsi un futuro autonomo.

È proprio questa tensione a risuonare con molte persone: sui social in tanti si sono riconosciuti nella sua storia, soprattutto chi è cresciuto sentendosi tra due mondi, diviso tra appartenenza e indipendenza. Il film sta quindi generando conversazioni che vanno oltre la trama, portando l’attenzione anche su parole e definizioni che non sempre sono chiare a tutti.

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Le diverse tipologie di sordità e di comunicazione

Non abbiamo bisogno di parole è un film che fa emergere differenze importanti legate alla sordità, non solo dal punto di vista clinico, ma anche culturale, linguistico e sociale, mostrando come questa condizione possa essere vissuta in modi profondamente diversi a seconda delle esperienze individuali e del contesto di riferimento.

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Nella storia, i genitori di Eletta sono sordi profondi, una condizione che viene definita come “la perdita d’udito media superiore o uguale a 90 decibel (dB)”, spiega a Wired la dottoressa Carla Cantaffa, Specialista in Otorinolaringoiatria presso l’Istituto Clinico Humanitas Ircss.Essa può insorgere in età preverbale, ovvero prima che il soggetto abbia acquisito capacità di linguaggio, solitamente prima dei due anni di età, periverbale, tra l’età di 2 e 5 anni, o post-verbale, ovvero dopo i 6 anni.

La maggior parte delle sordità profonde preverbali sono di tipo neurosensoriale, ovvero dovute ad un difetto di percezione del suono. Queste possono essere suddivise secondo il momento eziologico in forme congenite/prenatali, ovvero presenti alla nascita e dovute ad esempio a mutazioni genetiche, infezioni o assunzione di farmaci ototossici durante la gravidanza, e acquisite (perinatali, post-natali, o genetiche ad esordio tardivo)”.