Smettiamola di contrapporre l’età d’oro di Hollywood agli algoritmi, i grandi autori non erano liberi neanche allora

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C’è una scena che Louis B. Mayer amava raccontare. Siamo negli anni Quaranta, gli studios della MGM girano a pieno regime, e Mayer convoca i suoi sceneggiatori per spiegare loro cosa vuole. Non vuole storie originali né sorprese. Vuole quello che il pubblico già ama ma confezionato in modo che sembri nuovo. «Datemi la stessa cosa», diceva, «ma diversa». Con buona pace dei nostalgici del cinema classico questo è esattamente lo stesso principio che guida oggi gli algoritmi delle piattaforme.

Eppure ogni volta che si parla di streaming e di come Netflix e Prime stiano “distruggendo il cinema”, si finisce per invocare l’età dell’oro di Hollywood come un paradiso perduto: un tempo in cui i grandi autori avevano libertà, in cui il mercato non dettava la forma dell’arte, in cui un giovanissimo Orson Welles poteva girare Citizen Kane. Una favola, sostanzialmente: bella e necessaria come tutte le favole, ma pur sempre una ricostruzione della memoria.

La verità come sempre è più scomoda ma anche più interessante: gli studios dell’epoca erano macchine industriali di una precisione quasi brutale. Attori sotto contratti rigidissimi, costretti a recitare nei film che la produzione decideva, con clausole che stabilivano persino come dovevano apparire in pubblico e con chi! Generi ripetuti all’infinito (il western, il noir, il musical, il peplum) non per una qualche passione collettiva per la forma, ma perché il genere era rassicurante e riduceva il rischio: il pubblico sa già cosa aspettarsi, il produttore sa già cosa produrre, il distributore sa già come venderlo. E poi i test screening, la pratica di mostrare il film a campioni di spettatori selezionati, registrarne le reazioni, rimontare le sequenze che non funzionavano, cambiare i finali. Non è Netflix che ha inventato la logica degli algoritmi come arbitri del gusto, semplicemente Hollywood l’ha praticata per un secolo con gli strumenti che aveva a disposizione.

Allora cosa ha cambiato davvero Netflix e compagnia?

La domanda, posta in questi termini, è più radicale di quanto sembri. Perché se la logica è la stessa (ridurre il rischio, standardizzare il prodotto, prevedere il gusto) allora il problema non è la piattaforma in sé, il problema è il tempo.

Il leggendario e dispotico Mayer poteva avere i dati dei test screening, ma ci volevano settimane per elaborarli, i produttori degli anni Cinquanta potevano leggere le lettere dei fan, ma erano campioni non rappresentativi, filtrati dalla motivazione di chi prendeva carta e penna per scrivere al proprio idolo. Le case di produzione degli anni Ottanta, qualche decade dopo, avevano le ricerche di mercato, i focus group, i numeri del weekend, ma erano sempre fotografie di qualcosa che era già successo, istantanee che arrivavano quando le decisioni erano già state prese. Netflix invece ha portato qualcosa di radicalmente diverso: un flusso continuo, in tempo reale, di comportamenti concreti. Non di opinioni dichiarate (le persone dichiarano spesso cose diverse da quelle che fanno, pensiamo ai sondaggi elettorali e alle sorprese clamorose che ogni volta riservano) ma di azioni. Quanti secondi dopo l’inizio di un episodio si abbandona la visione. In quale punto esatto di una serie si decide di andare avanti. Quali thumbnail fanno cliccare su play, e quali no. Quante volte si rivede una scena.